Villaggio Nuragico di Barumini
Sardegna | DESTINAZIONE

Villaggio Nuragico di Barumini

09021 Barumini VS, Italia

Lasciati rapire da una civiltà che affonda le sue radici tra il IX-VII sec. a.c. Il villaggio di Barumini è, infatti, tra le meglio conservate testimonianze della civiltà nuragica. Questi popoli, che devono il suo nome proprio a queste strutture, adoperavano i nuraghi, un tipo di costruzione di forma conica realizzate con grossi macigni a secco, per difendersi e vivere nelle terre sarde. Il villaggio di Barumini, sito dell’UNESCO fin dal 1997, si distingue dagli altri siti della Sardegna per il suo Nurago centrale alto 18 metri collegato grazie a sale interne, cunicoli e corridoi ad altri nuraghi più piccoli presenti sul sito. La storia di Barumini inizia circa tremila e cinquecento anni fa sulla collina dove gli antichi costruirono un nuraghe e un piccolo villaggio di capanne intorno ad esso. I nuraghi sono la massima espressione architettonica e simbolica dell’antica e moderna civiltà della Sardegna. Eccezionali monumenti, queste costruzioni a mezza strada tra l’edilizia difensiva e quella civile sono sopravvissute fino ai nostri giorni a testimonianza di una cultura millenaria collegata alle civiltà megalitiche del bacino del Mediterraneo. La civiltà nuragica svolse un ruolo importante nella diffusione della cultura micenea ed in seguito di quella fenicia, anche se alcune sue peculiarità rimangono avvolte dal mistero, forse incomprensibili perché estranee alla cultura greca classica. Le strutture architettoniche sono costituite da torri a due o tre piani a forma di tronco di cono, realizzate con pietre di notevoli dimensioni, disposte a secco in cerchi concentrici sovrapposti che si stringono verso la sommità. Su Nuraxi di Barumini è l’esempio più completo e meglio conservato di nuraghe.

Criteri di Ammissione

Il Comitato del Patrimonio Mondiale ha deciso di inserire l’area nella World Heritage List nel 1997 sulla base dei criteri (i), (iii) e (iv), ritenendo che i Nuraghi di Sardegna, dei quali Su Nuraxi è l’esempio principale, costituiscono un’eccezionale risposta alle specifiche condizioni geografiche, sociali, e politiche esistenti sull’isola in epoca preistorica. Evidenziano inoltre l’immaginazione innovatrice delle primitive popolazioni sarde in merito all’impiego di materiali e tecniche a disposizione di una comunità insulare preistorica.

Storia, arte e cultura

La storia di Barumini inizia circa tremila e cinquecento anni fa sulla collina dove gli antichi costruirono un nuraghe nuraxi ‘e cresia e un piccolo villaggio di capanne intorno. Qui poi vennero edificati sa cresia manna (oggi arrocchiale) alla fine del Cinquecento e su palazzu ‘e su marchesu (casa Zapata) all’inizio del Seicento. Barumini si chiamava così forse già dall’origine, perché la radice bar del toponimo in lingua sarda significa “cavità”, “avvallamento”, in quanto la maggior parte del sito si estende in basso. Tracce successive di murature romane nel centro abitato fanno supporre che l’agglomerato fosse una delle tante “ville” di latifondo romano. Dall’XI secolo Barumini fa parte del Giudicato di Arborea la cui curatoria di appartenenza è sino ai tempi feudali quella di Marmilla e di essa ne è il capoluogo. Nel 1410 poi Barumini passa al Marchesato di Oristano fino al 1479, quando la Sardegna entra in possesso della Corona Spagnola con il re Ferdinando il Cattolico. Nel 1420 Barumini diventa capitale di feudo per concessione reale a Guglielmo Raimondo di Montecatena. Incorporato in seguito nel fisco reale, il feudo fu ceduto a Pietro di Rocalberti. Quest’ultimo, con il consenso di Carlo V, vende la baronia con le ville di Barùmini, Las Plassas e Villanovafranca a don Azor Zapata, preside della Città di Cagliari. Barumini con l’insediamento dello Zapata diviene capoluogo della baronia. È da questa data che prende fisionomia l’abitato e il tessuto urbano della Barumini che oggi conosciamo, con un intrecciarsi di case rurali di modesta fattura e di edifici dall’impianto architettonico più complesso. Di rilievo sono i numerosi portali ad arco presenti in tutto il territorio.

Su Nuraxi

I nuraghi, simbolo della Sardegna di ieri e di oggi, sono la massima espressione architettonica dell’antica civiltà isolana. L’interesse degli archeologi per queste costruzioni risale al Cinquecento, ma solo nell’Ottocento cominciarono le ricerche scientifiche. Una delle scoperte più clamorose fu quella di Barumini, dovuta alla campagna di scavi condotta dall’archeologo Giovanni Lilliu tra il 1951 e il 1956. Su Nuraxi di Barumini è l’esempio più completo e meglio conservato di nuraghe, mentre il complesso di questi monumenti, sparsi su tutto il territorio della Sardegna ed esclusivi dell’isola, costituisce una delle testimonianze più significative della cultura preistorica del bacino del Mediterraneo.

I Nuraghi nell'età del bronzo

I nuraghi erano torri difensive a forma di tronco di cono realizzate con grossi macigni a secco, dotate di sale interne e coperte da tetti a volta a pseudocupola. Alcuni nuraghi, come nel caso di Su Nuraxi di Barumini, sono posti all’interno di recinti costituiti da torri più piccole, collegate da muri massicci. Le prime strutture difensive centrali, databili tra la fine del XIV secolo e la prima metà del XIII secolo a.C., sembra fossero state costruite da famiglie o da clan che vivevano isolati. Intorno alla fine dell’Età del Bronzo la società nuragica cominciò a evolversi in modo sempre più complesso, con una chiara tendenza verso la gerarchizzazione: alle torri isolate vennero incorporate altre strutture architettoniche che svolgevano funzioni sociali e difensive.

L'età del ferro: apogeo e decadenza

All’inizio dell’Età del Ferro, da metà del XIII secolo a fine dell’XI secolo a.C., epoca che coincide con le invasioni cartaginesi dell’isola, furono rinforzati i sistemi difensivi di Barumini e le popolazioni cercarono protezione raggruppandosi attorno a queste massicce fortezze di pietra. Nella fase più evoluta il nuraghe si trasforma così in un villaggio fortificato, al cui interno vive il capotribù o principe che offre protezione al borgo limitrofo e, come nei castelli medievali, ne ospita gli abitanti e gli animali nei momenti di pericolo. Questi villaggi erano in realtà dei piccoli insediamenti urbani, abitati dalle famiglie dei soldati e da artigiani. Nel corso del VII secolo a.C. Su Nuraxi fu devastato dai Cartaginesi e il suo sistema difensivo praticamente distrutto. Nonostante ciò, l’insediamento fu conservato e le abitazioni ricostruite, sebbene con uno stile diverso. Nel III secolo a.C. con la conquista della Sardegna da parte dei Romani, la maggior parte dei nuraghi venne abbandonata. Ma non fu il caso di Su Nuraxi: gli scavi archeologici hanno dimostrato infatti che il sito rimase abitato fino al III secolo d.C.

I problemi di datazione

Il periodo preciso della costruzione dei nuraghi è sempre stato tema di ampio dibattito tra gli archeologi, anche perché i dati ottenuti con la datazione al carbonio 14 e con il metodo della stratigrafia non coincidono. La principale caratteristica del complesso di Su Nuraxi è la sua massiccia torre centrale, costruita con grandi pietre a secco, cioè senza l’utilizzo di una malta legante che sembra risalire al secondo millennio prima di Cristo. All’interno si aprono tre sale, posta ognuna a un livello differente e unite da una scala a spirale. In origine la torre si elevava per più di 18 metri di altezza. Le quattro torri laterali sono collegate da un massiccio muro di pietra. Sulla facciata sud/est una stretta apertura a livello del suolo permetteva l’accesso al cortile delimitato dalle torri. In seguito la porta fu chiusa definitivamente e per entrare nella cittadella occorreva fare uso di una scala o di qualche altro dispositivo controllabile dall’interno. Successivamente le grosse mura subirono degli interventi di rinforzo e nello stesso periodo fu costruito un secondo recinto che circondava le case, semplici strutture in pietra, la maggior parte delle quali di dimensioni modeste e formate da un’unica stanza. Solo una costituisce un’eccezione: si tratta di una casa con una camera più grande delle altre, ritenuta dagli archeologi una sala del consiglio, probabilmente associata a qualche forma di gestione comunitaria del villaggio.

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